Piccola Comunita’ Assisi

Piccola Comunità in Umbria :

l’orto vuole l’uomo morto

Riflessioni al ritorno, 18-Maggio-2005
(Massimo)

Nota:

L’8 Luglio 2007 ricevo una mail da G., la persona più volte citata in questa pagina di diario. G. lamenta la non correttezza del mio atto di pubblicare su interent questa esperienza senza chiedere almeno un confronto con la comunità oggetto delle mie riflessioni.

In particolare mi fa notare che le mie riflessioni personali potrebbero essere male intepretate dai lettori e usate in maniera strumentale a danno della comunità. Mi ricorda a tal proposito che le comunità che fanno scelte divergenti dagli standard culturali sono a volte bersaglio dell’estabilishment, e che pertanto si richiede una certa prudenza nel pubblicare informazioni anche se in forma di diario personale.

Più in generale G. mi fa notare che lo stile espressivo usato a suo parere tende a confondere il lettore tra quelli che sono i vissuti soggettivi e invece una certa pretesa di descrizione oggettiva.

La mia risposta è stata quella di riconoscere la non correttezza della pubblicazione senza confronto e notifica, l’immediata rimozione dei riferimenti alla comunità, una revisione del testo per renderlo più chiaramente soggettivo e la pubblicazione su questa pagina di una selezione delle osservazioni di G.

Quello che attualmente è pubblicato su questa pagina è stato visionato da G. quale rappresentante della comunità e da lui considerato accettabile. Personalmente ritengo che l’espressione della mia esperienza sia rimasta intatta nel testo e anzi arricchita dalle riflessioni di G.

I commenti di G. sono pubblicati in fondo alla pagina.

L’esperienza con la piccola comunità in Umbria è stata veramente particolare. Dopo un primo approccio con G., il leader carismatico della comunità sono andato a prendere Paolo e Sabrina alla stazione tutto eccitato per le aspettative che già si lanciavano nella mia mente come fuochi d’artificio.

Non che avessi pensato che quello fosse il mio luogo ideale, ma senz’altro che ci sarebbe stato di che interessarsi (e anche divertirsi).

“La storia non esiste, … è un’invenzione moderna. Il progresso non esiste …ma quale progresso … se mi chiedono che cosa succede qui, quali sono i fatti che accadono … qui non accade nulla. Ci si alza, si mangia, le piante crescono, … si va a letto. Tutto qui. La storia è cominciata quando sono cominciate le guerre… è una sequenza di massacri.”

“L’uomo non è fatto per lavorare … l’uomo è un raccoglitore. Solo gli schiavi lavorano. Io ho detto alla vita… tu mi devi nutrire! E così è stato…”

Queste frasi scendevano ieraticamente dalle sue labbra, mentre lo sguardo da dietro gli occhiali rotondi sembrava accarezzare i campi coltivati e la meravigliosa campagna in cui eravamo immersi. Vagamente mi ricordava Franco Battiato. Stringeva in mano il pomello del suo bastone intarsiato, sul quale ben evidenziato era un ideogramma un po’ misterioso… lo stesso che si vedeva sulla facciata della casa.

Mi accade sempre di dare un valore esagerato a concetti ricevuti in certe circostanze “proiettive”… come se fosse un mio grande interesse che quelle parole fossero particolarmente sagge … dato che ero arrivato lì nel tumulto del mio viaggio… tutto quello che trovavo mi conveniva che fosse molto importante. E così ho pensato che dietro a quelle frasi apparentemente bizzarre si celasse una saggezza profonda…e forse era anche vero.

G. era assiso su una sedia di paglia a forma di grossa conchiglia sul pavimento rialzato di un fienile, e io di fianco a lui mi ero seduto su una sedia analoga… dopo che C. per suo conto, era venuta a cercarmi nei boschi vicini per annunciarmi il suo ritorno da una rituale passeggiata con l’inseparabile bastone. Da quella base rialzata dominavamo il podere e le trame ondulate delle colline di un verde intenso. In effetti qualunque cosa detta in quella situazione avrebbe avuto una vibrazione speciale.

Prima della partenza mi ero immaginato che saremmo arrivati in una casa colonica ristrutturata in economia, un ambiente rustico. Qualche automobile scassata per il trasporto di passeggeri, attrezzi, ortaggi … Qualche vecchio arnese arrugginito per la lavorazione della terra. Dunque capirete la sorpresa nel trovarmi di fronte una casa signorile che sarebbe potuta essere la villa di un qualche luminare di medicina allopatica, un avvocato di grido, un dentista. Vicino alla casa una massiccia pensilina in travi di massello, muratura e tegole riparava un parco macchine notevole tra cui spiccava un Mercedes “long veichle” evidentemente usato anche come camper.

Intorno ai campi giacevano parcheggiati ogni specie di attrezzi agricoli da traino, nuovi fiammanti. Una sensazione di abbondanza quasi imbarazzante per il mio pesante fardello di stereotipi.

Le prime avvisaglie con G. sulla sua sedie a forma di conchiglia, avevano ben preannunciato il seguito. G. è stato un Hippie ai suoi tempi, ha vissuto in India per tre anni ed ha vagato per due come un Sadu, un asceta errante che vive solo di offerte e rinuncia a tutto. Abbiamo trascorso ore ed ora incantati a sentire i suoi racconti.

In diversi casi però, la sua narrazione inciampava in qualcosa che non mi convinceva, … mi appariva moralista anche se di un moralismo non convenzionale. E in altri punti ho avuto l’impressione di una caduta istrionica che mi colpiva soprattutto attraverso il mutismo degli altri presenti, che seguivano attoniti. Qualche volta ammetto di essermi defilato esibendo la giustificatissima ragione della stanchezza.

La comunità mi è apparsa più come una famiglia allargata con una forte strutturazione verticistica con G. appunto in posizione di vertice. Il suo carisma e anche la loro storia (si sono incontrati in momenti difficili e G. è stato fondamentale per la loro reintegrazione) non sembrani dare spazio a convivenza partecipativa. L’impressione è quella di essere anni luce lontani dal metodo del consenso e dagli esperimenti di socialità alternativa. G. ha tutta l’aria di essere leader indiscusso e forse anche indiscutibile di quei luoghi.

Certo che le sue parole ancora risuonano e trovano una certa accoglienza dentro di me. E specialmente la sua vasta cultura, culminata nell’area musicale: G. è un super conoscitore della musica rock e psichedelica anni 60-70, nonché probabilmente di ogni tipo di musica non classica (e forse anche classica). Le due compilation che abbiamo acquistato da lui (prezzo modico) si sono quasi consumate da quante volte le ho già ascoltate!

Anche i rituali del cibo sono stati interessanti. Curioso vederli celebrare autonomanente dai 5 splendidi bambini tornati tardi da scuola e messi a tavola in sessione separata. Il culto di Shiva è il loro riferimento, come testimoniano le bellissime statue di metallo di Shiva Nataraja sparse un po’ in tutta la casa. Si mangia in silenzio, dopo l’offerta rituale del cibo a Shiva. Poi il silenzio può essere riempito da rock psichedelico anni 60. Un bel sincretismo.

E il cibo? Vegetariano e gustoso. Cucinato dalla carinissima C., unica donna adulta e vero angelo della casa.

E veniamo al lavoro. M., intarsiatore talentuoso, si occupa dell’agricoltura. L’ho percepito semplice e simpatico, … direi tenero. Dà l’impressione di non spostarsi mai dai quei campi. Lavoratore instancabile, non sembra ancora perfettamente entrato nel mestiere di agricoltore. Anche se siamo completamente inesperti, avvertiamo qualche incertezza, qualche impreparazione. Ci diamo anche delle arie raccontandogli le nostre superficiali esperienze con l’orto sinergico. Lui dice di averne sentito parlare … ma non ha tempo di interessarsene.

Non ha tempo !… la cosa mi colpisce … è la stessa cosa che dicevo io quando lavoravo in ufficio. C’è qualcosa che non va rispetto alle mie aspettative. E in effetti passiamo due giorni a strappare erbacce con radici profondissime, tanto che in alcuni casi Paolo si specializza con l’uso della pala. La cosa non mi convince del tutto.

Ma la vera riflessione si produce dalla frase emblematica pronunciata da M. senza alcuna ombra di preoccupazione: “l’orto vuole l’uomo morto”. Ho un momento di vertigine. E se fosse veramente così? E se veramente tutto questo viaggio mi portasse a capire che hanno fatto bene i contadini a scappare dalle campagne, a comprare i trattori, a usare gli erbicidi?

A forza di strappare erbe mi viene un dolore all’avambraccio … comincio a strappare con la sinistra, ma è chiaro che la mia forma fisica peggiora con l’andare del tempo. Il mio fisico non è tanto preparato. Innesco un’allarme, ma è presto per trarre conclusioni.

Due giorni trascorsi nei campi, circa 8 ore al giorno piegati sulla terra. Non so … forse mi manca una qualche dimensione di gruppo (c’è solo M. che lavora nei campi in questa comunità.), un qualche maggior senso ideale, … comunque qualcosa mi manca. E tutt’ora mi sto chiedendo esattamente cosa sia.

A volte penso che l’ingrediente agricoltura abbia bisogno di altri per creare un’alchimia, … e il passaggio dalla terra alle elaborate e solitarie dissertazioni di G. forse non fa scattare la magia.

Quando dopo pranzo del terzo giorno ci accingiamo a partire, ci sono grandi sorrisi e grandi saluti. Dopo la serata precedente in cui G. ha sfoggiato un talento comico –teatrale da sbellicarsi dalle risate, siamo tutto sommato soddisfatti dell’esperienza. E anche noi senz’altro siamo piaciuti loro.

Così torniamo a casa con tante immagini simpatiche nella mente, qualche momento di inquietudine, un po’ di giudizi, molte parole e molta musica. E un’allarme innescato sull’agricoltura.


Commenti di G. (7-7-2007)

Stringeva in mano il pomello del suo bastone intarsiato, sul quale ben evidenziato era un ideogramma un po’ misterioso… lo stesso che si vedeva sulla facciata della casa.

Il simbolo “misterioso” di cui dici non è altro che la runa fehu, la cui simbologia ciascuno può verificare su qualsiasi manuale dedicato a tale antico linguaggio.

Prima della partenza mi ero immaginato che saremmo arrivati in una casa colonica ristrutturata in economia, un ambiente rustico. […] . Dunque capirete la sorpresa nel trovarmi di fronte una casa signorile che sarebbe potuta essere la villa di un qualche luminare di medicina allopatica, un avvocato di grido, un dentista.

Abbiamo vissuto per lunghi anni in una vecchia casa colonica in affitto con attrezzi e automobili scassate, lavorando duramente per mettere da parte il denaro per acquistare la nostra terra e le nostre case e ristrutturale. Abbiamo preferito questa via all’occupazione anarchica di ruderi abbandonati o ad altre scelte. Di lussuoso nella nostra casa non c’è niente; piuttosto parlerei di efficienza, di essenzialità e di un certo ordine. Forse non avrai notato che da noi mancano i mobili, salvo qualche vecchio cassettone. Mangiamo ad un tavolo da noi costruito ad altezza di terra su dei cuscini, dormiamo in letti da noi costruiti, mangiamo in ciotole e con posate di legno da noi fatte. Per ristrutturare la nostra casa abbiamo impiegato 18 anni, facendo quasi tutto da soli. Lusso? La bellezza e l’efficienza sono lussuose? Invece di spendere soldi in sigarette, alcol, discoteche, cibi particolari, workshop per trovare il bambino interiore o per illuminarsi in tre giorni, noi preferiamo acquistare libri, incenso, cd o automobili funzionali.

Hai dimenticato però di dire che il 90% del cibo che mangiamo è prodotto da noi, cereali compresi (ecco il perché dei trattori).

[…] con una forte strutturazione verticistica con G. appunto in posizione di vertice. Il suo carisma […] non sembrano dare spazio a convivenza partecipativa. Siamo anni luce lontani dal metodo del consenso e dagli esperimenti di socialità alternativa. G. ha tutta l’aria di essere leader indiscusso e forse anche indiscutibile di quei luoghi.

La nostra non è una struttura verticistica, bensì eliocentrica, corrispondente alle leggi basilari della natura. Da un punto di vista spirituale, siamo tutti identici all’Uno-Sole; dal punto di vista umano, invece, siamo tutti diversi, con qualità e difetti, ed ognuno concorre secondo le proprie capacità al Bene comune. Nessuno qui dunque mi considera un “leader” o un “guru”, bensì un fratello anziano alla cui valutazione delle cose, in certi casi particolari, si presta particolare attenzione. Nessuno starebbe qui se non consentisse liberamente o approvasse quello che si vive. Qui non si è costretti a nulla. Ho partecipato per sette anni agli incontri degli ecovillaggi, ma ho constatato che dopo tanti bei discorsi altisonanti ancora ci si abbevera, sotto sotto, all’autoritarismo mascherato da consenso. Una cosa è certa: non amiamo l’ipocrisia. Assai meglio è, in certi casi eccezionali, esprimere apertamente la propria autorità (che comunque può essere accettata o rifiutata), piuttosto che nascondersi dietro retoriche irrealizzabili, queste sì figlie del moralismo ipocrita imperante nel quale siamo nati e cresciuti.

[…]Ci diamo anche delle arie raccontandogli le nostre superficiali esperienze con l’orto sinergico. Lui dice di averne sentito parlare … ma non ha tempo di interessarsene.Come non ha tempo !… ma questo lo dicevo io quando lavoravo in ufficio. C’è qualcosa che non va.

M. è senz’altro un ottimo restauratore, falegname, intarsiatore e tornitore. La maggior parte delle cose in legno presenti nella nostra casa sono state costruite da lui. E’ anche un ottimo muratore e geometra. E credo che sia pure un discreto orticoltore (con la terra non si finisce mai di imparare), dato che da diversi lustri mangiamo ogni giorno le nostre verdure assolutamente biologiche. Sicuramente, dicendo di non avere tempo intendeva riferirsi alla sperimentazione sterile di cui tanti si riempiono la bocca. In realtà l’anno scorso ha partecipato ad un seminario di alcuni giorni dedicato alla permacultura e, precedentemente, ha avuto modo di lavorare per quattro o cinque giorni a stretto contatto con Panos Manikis, il grande discepolo di Fukuoka, il quale, quando fu nostro ospite, si complimentò con lui per l’orto.

La frase di M. (“L’orto vuole l’uomo morto”), non certo felice, si ispira ad un aforisma sapienziale, appartenente alla tradizione dell’agni yoga, da noi assai apprezzato che così recita: “Vi chiederanno: ma che razza di paradiso è il vostro? E voi risponderete: un paradiso di duro lavoro”. Duro lavoro per modo di dire, tuttavia, dato che noi intendiamo il nostro stile di vita come una “festa eterna”. L’uomo che muore al mito moderno del benessere ad oltranza per dedicarsi all’orto-terra-madre, rinasce ad una consapevolezza e ad una serenità che mi pare ti sfuggano.

I contadini sono scappati dalle campagne perché costretti dal plagio del mito del benessere moderno, finendo dalla padella di un lavoro duro ma umano alle brace dell’alienazione.

[…] forse mi manca una qualche dimensione di gruppo (c’è solo M. che lavora nei campi in questa comunità.), un qualche maggior senso ideale, … comunque qualcosa mi manca. E tutt’ora mi sto chiedendo esattamente cosa sia.

M. non è l’unico che lavora nell’orto, tutti lo aiutiamo spesso, compresi me e i ragazzi. Ciascuno però ha un suo compito particolare al quale dedica la maggior parte delle proprie energie. Da noi si impara a stare soli ed in compagnia ad un tempo; e l'”ideale” lo abbiamo ridotto alla pratica essenziale di essere uno con la Realtà, in cui si cela il paradosso della coincidentia oppositorum. La nostra non è certo spiritualità da corsi a pagamento, forse è per questo che può sfuggire a chi non è particolarmente interessato a sapere qualcosa in più circa la via in cui devozione e conoscenza coincidono.

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