Ananda Assisi (PG)

Ananda Assisi: dove si cerca Dio

Riflessioni al ritorno da Ananda Assisi, 18-Maggio-2005
(Massimo)

Ananda Assisi mi accoglie con uno stupendo panorama di colline a perdita d’occhio. Finalmente mi libero della macchina (4 ore e mezzo di viaggio!) e faccio con piacere il sentiero che separa la mia casetta dal “rifugio”, l’edificio centrale della comunità.

L’accoglienza è gentile ma non entusiasta. Ci rimango un po’ deluso, ma poi penso che sia molto più sano così. Incontro la mia fragilità di “straniero” che ha bisogno di essere accolto più calorosamente del normale.

Ananda si presenta subito benissimo a tavola, con piatti prelibati. Mi siedo a cena di fronte a un ragazzo … non riesco a spiccicare parola … lui sembra assorto in meditazione… forse è straniero… poi mi faccio avanti. E’ di Pistoia, si chiama Andrea. Cominciamo a parlare e come al solito esce dalla mia bocca tutto il filo della mia storia e del perché sono lì. Facciamo amicizia… siamo nello stesso gruppo e rimarremo in contatto.

Così inizia un fine settimana del quale ricordo con piacere soprattutto i tanti canti devozionali che abbiamo cantato sotto la guida dell’estatico Jayadhev, un tedesco che vive nella comunità da 18 anni e che ci ha fatto da guru per due giorni.

La prima volta che l’ho visto cantare è stato quasi commmovente. Sono entrato nel tempio all’ora stabilita per l’introduzione del corso, e lui era lì assiso su una sedia, con un harmonium indiano sulle ginocchia. Una mano sulla tastiera e l’altra al soffietto. La testa leggermente tirata all’indietro il tronco ondeggiante in un mare di vibrazioni musicali. Gli occhi chiusi all’esterno, ma aperti su chissà quale universo interiore. Cantava… e la sua voce, come un mammifero marino, emergeva solo a tratti dalla base di bandone dell’harmonium, per poi reimmergersi soavemente e scomparire. E il canto era così semplice, ripetitivo…

Mi sarei dovuto presto accorgere che ad ananda tutto ha inizio con un canto, e tutto finisce con un altro canto. Gli harmonium sono dappertutto.

Tra i compagni dell’anello, abbiamo parlato spesso delle due componenti di una comunità: quella verticale, di tensione verso una qualche spiritualità trascendente la storia individuale e i problemi quotidiani, e quella orizzontale, che attiene invece alla ricerca di forme sociali, economiche, tecnologiche ed ecologiche sempre migliori e più avanzate. Per quello che ho visto ad Ananda direi che tutti sono rivolti all’insù, … è un posto molto verticale!

Ho cercato molte volte di orientare il discorso di Jayadhev sulla testimonianza diretta della comunità, del loro vivere insieme, del loro sperimentare nel quotidiano gli insegnamenti dei Maestri. Insomma una visione un po’ più orizzontale, con particolare riguardo al lavoro.

Ma le risposte sono sempre state molto limitate e quasi trascurabili rispetto all’enfasi sugli insegnamenti e sulle pratiche meditative.

Guardandomi intorno non ho visto tracce di aziende agricole o produzione di piante commestibili. Da quello che ho capito la comunità si regge sulla vendita degli articoli della “Boutique” (hanno un intero catalogo di prodotti a marchio Inner Life)., sui numerosissimi corsi in programma, su qualche viaggio organizzato in India, e sul lavoro individuale che alcuni membri fanno fuori. Dunque l’ipotesi di autosufficienza e ricerca di modelli di sviluppo sostenibile non sembra avere molta attenzione.

Sul denaro devo dire che ho trovato molta onestà. Direi che non ci sono speculazioni e questo mi ha fatto bene scoprirlo. I prezzi della boutique sono uniformemente più alti del normale, ma l’ho trovato un giusto strumento per autofinanziarsi, visto che sono tutti articoli non necessari e dunque rivolti a chi può permetterseli. Il prezzo dell’ospitalità è veramente basso rispetto alla qualità del servizio. Le persone sono molto carine e lavorano con passione. Insomma sembra proprio un posto pulito.

Una sera ho cenato vicino a una ragazza che avevo visto essere una veterana del luogo. Dopo la fine del rituale periodo di silenzio che vigeva ad ogni pasto (escluso il pranzo), ho scambiato 4 chiacchere e le ho fatto anche alcune domande. E’ stato interessante come ha reagito quando le ho spiegato che sto cercando un posto dove sperimentare una nuova forma di socialità, una famiglia in cui mi senta a casa .. che sono stato figlio unico di madre che odiava l’ospitalità, …. Lei ha sorriso…” io sono qui per cercare Dio. Potrei anche abitare in una caverna. E’ Dio che cerco. Sono nata in una famiglia con 8 fratelli… non sento alcun bisogno di comunità”.

Caspita!… subito mi viene in mente l’esperienza di Loppiano: “Mettere Dio al primo posto nelle tue priorità…” Certo … qui siamo in una comunità dedita a Dio…

E la Cerimonia della Luce di domenica mattina marca il passo di questo atteggiamento fortemente devozionale. Che sorpresa rivedere la struttura della Cerimonia Cosmica del supremo Ordine dell’Acquarius nel quale ho militato per più di 10 anni (del resto la storia dei loro maestri è analoga a quelli della Gran Fratellanza Universale). E che sorpresa, in un luogo così indianizzato, trovare il tempio riempito di sedie tutte rivolte verso l’”altare” proprio come nella chiesa di Loppiano.

E’ qui che ci siamo resi conti del livello di verticalizzazione della comunità… è stato troppo per me e anche per altri miei compagni di gruppo. A un certo punto ho sentito che non potevo più seguirli, non avevo abbastanza fede. Tutti guardavano il cielo, come se quello che ci succede intorno non fosse alla fine così importante.

Ma l’esperienza di Ananda, se da una parte ha saturato la mia capacità devozionale e dall’altra ha deluso le mie aspettative di sperimentazione sociale, ha lasciato un profondo segno nel rinverdire il desiderio di praticare la meditazione e la preghiera.

Ho trovato un pò ingenuo il loro modo di praticare lo Yoga, così poco attento alla precisione delle posture e così infarcito di “consegne” metafisiche. Anche in questo mi ricorda lo “Yoga iniziatico” della Gran Fratellanza Universale, che era considerato superiore agli altri perché appunto proveniva dalla tradizione dei Maestri che probabilmente di Yoga ne sapevano poco. Dunque uno Yoga poco interessato ad imparare dagli “specialisti” e un po’ chiuso nell’aura della spiritualità.

La stessa sensazione l’ho avuta per alcune curiose tecniche di “ricarica” (contrazioni e rilasciamenti del corpo, affermazioni da pensiero positivo tipo “sono desto e pronto!”) che ai miei occhi appaiono un po’ datate, un po’ rudimentali. Paolo V. mi ha detto che secondo lui queste risalgono ai tempi del maestro, la prima metà del 900, e non sono state mai rinnovate. Ancora una volta mi viene in mente la ginnastica della Gran Fratellanza Universale, che il maestro fondatore derivò dagli esercizi imparati da militare e che per decenni non sono mai stati riformati proprio perché provenienti da una fonte così autorevole, anche se chiaramente inadeguati rispetto alle conoscenze moderne della fisiologia del movimento.

Altri due punti di ingenuità che ho sentito sono stati nella presentazione del Karma Yoga (Yoga del servizio e del lavoro) e in una serie di luoghi comuni snocciolati il sabato mattina.

Il Karma Yoga è stata una sessione di lavoro (pulizia bagni, raccolta di foglie, pulitura dei vetri) di meno di un’ora precedentemente pompata con grandi aspettative “spirituali” dal conduttore e poi troncata per far andare avanti il programma. Probabilmente perché il lavoro e gli atteggiamenti verso il lavoro mi interessano in questo momento così tanto, ho trovato questo passaggio molto superficiale, avrei preferito evitarlo. La questione di vivere il lavoro come strumento di contatto con la divinità non può essere liquidato così con un esercizietto peraltro troncato a metà.

E con la stessa superficialità sono stati trattati alcuni argomenti scottanti dell’esistenza umana, con quello stile minimizzante che purtroppo spesso ho rilevato anche in Biodanza. In pratica “la vita è gioia … il resto è trascurabile”. Forse sono ancora troppo arrabbiato con la vita per accettare affermazioni di questo tipo.

Detto questo, come anticipavo prima, posso dire che ho trovato la pratica della meditazione e della preghiera molto al di sopra di tutte le mie aspettative e di tutte le mie esperienze. Nella domenica mattina jayadhev ha innalzato di parecchie misure il livello del suo insegnamento. Si sentiva che parlava di qualcosa che conosceva bene, che non usava più stereotipi. Ho respirato a pieni polmoni tutto quello che diceva. L’egoismo spirituale, il canto preghiera, la necessità di dover chiamare il divino perché si manifesti, il significato delle esperienze strane durante la meditazione.

In particolare mi ha colpito il suo discorso sulla necessità di cantare prima della meditazione per aprire il cuore, per rendere più caldo l’atto del meditare, perché non sia solo una pratica tecnica di concentrazione della mente. E finire la meditazione con una preghiera per gli altri.

Ci ha insegnato a pregare, a chiedere a Dio dicendo “Ho bisogno di questo, ma solo se lo ritieni giusto per me”. Pregare per le persone:” noi non sappiamo quello che è più giusto per loro. Mandiamo solo energia e luce, senza chiedere cose particolari … non sappiamo. Per qualcuno la morte potrebbe essere l’evento più giusto”.

“Quando impari bene a meditare ti cresce l’ego e vai in declino” …. “Se hai esperienze strane durante la meditazione (vedi colori, senti suoni,…) ti inrogolisci ,se no le hai ti deprimi : in realtà queste esperienze non sono necessarie né sufficienti. Molti maestri nonle hanno mai avute.”

Insomma non che fossero cose del tutto nuove per me. Ma si sprigionavano dalle labbra di Jayadhev con una particolare forza e autorevolezza, quella del ricercatore autentico che racconta quello che ha visto e sentito durante i suoi personali esperimenti. Non mi era capitato mai prima di avere questa sensazione.

Alla fine di questa sessione ero veramente entusiasta, non sapevo che mi aspettava la cerimonia di luce… e sarebbe stato troppo.

Dunque sono partito da Ananda con il libro dei canti devozionali sotto il braccio, la voglia di riprendere a meditare con regolarità, e anche le informazioni per come approfondire l’esperienza, in particolare lo scambio lavoro.

Ma Ananda, come Loppiano e anche Damanhur, rimane una comunità aggregata intorno a un pensiero forte, senza condividere il quale è impossibile appartenere.

Max

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: